Chissà da dove partono
questi treni che passano,
silurando tempo e spazio,
affrettandosi nel comprimere
sempiterni atomi d’azoto
Fuggono, ricusano, eludono stazioni,
eremite stanzette d’attesa
scarabocchiate di enigmatica noia.
Nuvole rotte dal nero antracite
Né pace né più guerra
per questi corridoi con ampie volte
né cigolare porta di latrina,
macchina del caffè senza corrente.
Bisbiglia sopita una rancura antica
fra le putrelle vedove di treni.
Semirette bestemmiate dal tempo
nostalgiche di sbuffi di vapore.
Grumi pietrosi orinati dai gatti arruffati
ferrigne fusioni rugginose di osteoporosi
ammalate di vecchiaia e ricordi.
Solo,
è rimasto, il latrare del vento;
del vento marzuolo scapestrato, e pazzo.